Perché la rottura dell’eurozona potrebbe non essere così catastrofica per tutti

Sono state tante le persone che avevano “predetto” il disastro dell’eurozona ancora prima degli inizi della stessa, sul finire degli anni ’90. Alcuni dicevamo che i paesi mediterranei avrebbero speso come “matti” fino a rimanere presto in bolletta. Alla fine, i paesi del Nord sarebbero dovuti intervenire in loro aiuto. La previsione si è avverata e il disastro è arrivato velocemente.

Parlando della Spagna, uno dei paesi maggiormente in crisi, la vera cura per il malessere iberico è una crescita reale, che potrebbe avvenire se il paese fosse fuori dalla zona euro e tornasse alla peseta. I tagli di austerità sarebbero comunque necessari, ma non vi sarebbe bisogno di alcun concomitante aumento di investimenti o di dare all’Europa dei segnali di crescita. I prestiti del FMI e le sovvenzioni della triade creano solo dipendenza. Se la Spagna dovesse dunque essere il primo paese a lasciare la zona euro, ci sarebbe, tra le altre cose, un enorme aumento del turismo, soprattutto dai paesi che hanno le valute più forti. I turisti arriverebbero a “frotte” con le tasche piene di valuta estera. Lo stesso discorso vale per le esportazioni iberiche, che costerebbero decisamente poco, e per i tassi di interesse, che potrebbero essere ridotti per favorire la crescita.

In Europa, più a lungo i paesi della zona del sud rimangono intrappolati nell’euro, e peggiore la crisi diverrà. Se ci si mettono anche i prestiti della triade e le richieste di crescita, non c’è modo naturale ed indolore che possa permettere a tali paesi di  crescere. Il rischio di una rottura non controllata è sempre concreto, anche se, ad onor del vero, dobbiamo dire che ci sono alcuni dati economici decisamente migliori rispetto al passato. Il problema principale è quello della disoccupazione, sia dei giovani che dei meno giovani, e la stretta creditizia delle banche.

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