Quale futuro per la zona euro?

Quale futuro per la zona euro?

Scritto da:
The Economist
Categoria:
Economia mondiale
Ultimo aggiornamento:
23 febbraio 2013



L’Unione monetaria europea deve essere trasformata in una vera Unione economica, sociale e politica. Sono queste le parole del Comitato economico e sociale europeo, CESE. A questo scopo l’Eurogruppo, la Banca centrale europea (BCE) e la Banca europea per gli investimenti (BEI) devono sgombrare il campo da qualunque dubbio circa il futuro dell’euro, pur consentendo un flusso di credito all’economia reale e di rilanciare la crescita.

Lo scorso 19 febbraio il Comitato si è riunito per discutere del futuro della moneta unica e dell’Unione europea nel suo complesso. Vi hanno preso parte il commissario Olli Rehn, il ministro italiano per gli Affari europei Enzo Moavero Milanes, il presidente della commissione del Parlamento europeo per l’occupazione e gli affari sociali Pervenche Berès. Nilsson, il presidento del comitato, ha aperto la discussione chiedendo un nuovo accordo ad impegnarsi verso una crescita sostenibile.

Alla luce della crisi economica della zona euro, i benefici economici della moneta unica sono spesso sottovalutati. In questo contesto, il CESE ha fatto sapere che occorre togliere qualunque dubbio sulla effettiva utilità della nostra moneta. Secondo alcuni, la politica di austerità per il bene comune era sbagliata. Occorre crescita economia nel lungo termine, come anche ne appare convinto il commissario europeo Olli Rehn, che ha dichiarato come l’Europa abbia bisogno effettivamente di due componenti fondamentali: le giuste riforme per garantire la crescita della zona economica nel suo complesso e, dunque, dei singoli stati, e lo sviluppo economico. Il Commissario ha concordato con la BCE e con i rappresentanti ESM circa la necessità di ripristinare la fiducia e il credito per le piccole e medie imprese, che sono un po’ il motore della ripresa economica dei vari paesi, Italia incluso.

Il futuro della zona euro e della moneta nel suo complesso, dunque, non sono da mettere in discussione. Ma si è arrivato molto tardi alla convinzione che sia la crescita (e non l’austerità) la chiave per la ripresa.

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